La riflessione che il Padre Abate, Paolo Maria Gionta, ha offerto agli Oblati nel ritiro di aprile ha riguardato una caratteristica della Regola di di San Benedetto che è il suo essere «fortemente centrata su Cristo». In realtà «per S. Benedetto, nella sua vita e quindi poi nella sua Regola, Cristo non è solo al centro, ma è anche il senso stesso della vita del monaco e del cristiano».
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Prima di addentrarsi nel tema della spiritualità cristocentrica della Regola, l’Abate ha proposto un giro di orizzonte per descrivere il contesto nel quale Benedetto è vissuto: era il tempo in cui bisognava ancora fronteggiare le tesi dell’Arianesimo, per cui se Dio è unico, allora Cristo non può essere «sullo stesso piano del Padre». Questo è il motivo per cui – ha spiegato Padre Paolo Maria – «nella Regola non si trova mai il termine “Gesù”», perché “Gesù” è «il nome umano di Cristo, quindi secondo S. Benedetto e altri dell’epoca poteva indurre a pensare che Egli fosse una figura divina sì, ma di un piano, di un livello inferiore rispetto a Dio Padre».
Il ritiro degli Oblati dell’Abbazia di Noci a marzo è stato dedicato dal Padre Abate, dom Paolo Maria Gionta, alla meditazione sul tema della Quaresima. San Benedetto ne tratta nel capitolo 49°, che può essere idealmente diviso in tre segmenti.
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La dimensione quaresimale della vita umana
«Nel dire che la vita del monaco dovrebbe essere tutta quaresimale – ha spiegato Padre Gionta – san Benedetto ha presente alcuni discorsi che san Leone Magno rivolge a tutti i battezzati cristiani e li applica ai monaci: tutta la vita dei cristiani dovrebbe avere un tenore quaresimale, come dimensione costante, essenziale, caratteristica della vita umana e cristiana».
Proseguendo le meditazioni sulla Regola di San Benedetto, nel ritiro di febbraio per gli Oblati della Abbazia, il Padre Abate dom Paolo Maria Gionta si è soffermato sul capitolo 7°, il più lungo, dedicato alla umiltà: «una sorta di “breviario” o “condensato” del cammino spirituale benedettino», la virtù «che abbraccia l’intera esistenza e l’insieme dell’ascensione spirituale» (A. de Vogüé).
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«San Benedetto – ha spiegato padre Gionta – seguendo un testo a lui precedente, la “Regola del Maestro”, individua dodici gradini della scala dell’umiltà». Si tratta di «indicazioni riguardanti soprattutto il rapporto con gli altri: l’obbedienza viene esercitata verso qualcuno, il superiore; il parlare poco e con assennate parole, o la pazienza verso chi ci tratta male, come tanti altri suggerimenti, suppongono relazioni con il prossimo». La seconda riflessione che si può proporre è che quelle dei gradini «appaiono come pretese eccessive, spesso troppo rigide, incomprensibili, particolarmente nel mondo d’oggi, sostanzialmente inapplicabili. Se ad esempio sul lavoro ci si mette all’ultimo posto, dichiarandosi incapaci di tutto, va a finire che si è scartati». La terza riflessione «è che, sulla base di quanto appena detto, non si arriva ancora a capire cosa sia effettivamente l’umiltà. È davvero mettersi sempre all’ultimo posto? È davvero un qualcosa che implica il raffronto con gli altri?».
Un fattore tipico della Regola e della spiritualità che ne promana, evidente a chi si accosta a una comunità benedettina è l’ordine. Nel Prologo leggiamo che «bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore», per imparare cioè a vivere il Vangelo e come in ogni scuola lo si fa con metodo, con l’organizzazione e appunto con l’ordine.
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Ordine e disordine
«L’ordine – ha spiegato Padre Abate – si oppone evidentemente al disordine, che procura confusione, disorientamento, non si sa più dove andare, dispersione di forze. Nel disordine c’è anche il terreno fertile per il peccato, per la separazione da Dio, anche la separazione definitiva, cioè l’inferno».
L’oblato benedettino secolare è “il cristiano, uomo o donna, laico o chierico che, vivendo nel proprio ambiente familiare e sociale, riconosce e accoglie il dono di Dio e la sua chiamata a servirlo, secondo le potenzialità ed esigenze della consacrazione battesimale e del proprio stato; si offre a Dio con l’oblazione, ispirando il proprio cammino di fede ai valori della S. Regola e della Tradizione spirituale monastica”
(Statuto oblati benedettini secolari italiani, art. 2)
