Un fattore tipico della Regola e della spiritualità che ne promana, evidente a chi si accosta a una comunità benedettina è l’ordine. Nel Prologo leggiamo che «bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore», per imparare cioè a vivere il Vangelo e come in ogni scuola lo si fa con metodo, con l’organizzazione e appunto con l’ordine. 

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Ordine e disordine

«L’ordine – ha spiegato Padre Abate – si oppone evidentemente al disordine, che procura confusione, disorientamento, non si sa più dove andare, dispersione di forze. Nel disordine c’è anche il terreno fertile per il peccato, per la separazione da Dio, anche la separazione definitiva, cioè l’inferno».

Non è un caso «se le opere figurative, soprattutto nel Medioevo e nel Rinascimento» rappresentavano il paradiso come «un luogo in cui tutti i beati sono disposti in schiere ordinate, tutti rivolti, orientati verso un unico oggetto, il trono di Dio, l’Agnello», e invece l’inferno «come un luogo di grande confusione, in cui i dannati tra i vari tormenti stanno spesso aggrovigliati tra loro o separati ognuno in un cantuccio solitario a soffrire la propria pena, nudi o malvestiti». 

San Benedetto – ha illustrato padre Paolo Maria – propone «un’organizzazione ordinata con precisione meticolosa» che non lascia nulla al caso: la si ritrova nei capitoli dedicati all’Ufficio Divino o nel capitolo 53° dedicato all’accoglienza degli ospiti, ovvero ancora nel capitolo 48 dove si dice che all’inizio della Quaresima a ciascuno dei fratelli deve essere dato un libro dalla biblioteca, affinché «li leggano per ordine e per intero». Come dire – ha sottolineato – che «ciò che si comincia, nel lavoro come nella lettura o nel resto degli impegni, va condotto con ordine e portato a termine».

Scorrendo idealmente la Regola, la meditazione si è soffermata sull’ordine «negli spazi», che richiede «tempo e fatica», e anche «degli spazi». Nel capitolo 52° «opponendosi a certe consuetudini invalse in monasteri disordinati, vuole che l’oratorio, cioè il luogo dove si prega, sia dedicato solo alla preghiera e non vi si metta o si faccia nient’altro, affinché chi vuole pregare non sia disturbato o recandovisi per pregare non trovi un altro che fa altre cose».

C’è poi un ordine temporale: la successione dei tempi e di quanto dobbiamo fare nelle ore della giornata, della settimana, del mese, dell’anno. In particolare «il capitolo 48 che S. Benedetto – ha sottolineato Padre Abate – dedica all’ordine della giornata: quando si prega, ma anche quando si lavora e quando si studia». Il motto «ora et labora», che nella Regola non c’è, è però ispirato da questo capitolo: in realtà «Benedetto divide le ore della giornata in tre aree di attività: la preghiera con la liturgia e l’Opus Dei; il lavoro; lo studio, che lui chiama, secondo la tradizione, Lectio Divina, cioè la lettura della Scrittura e di opere spirituali, ma più in genere vale per lo studio e tutte quelle attività che potremmo definire culturali». 

Questa impostazione, per padre Paolo Maria, può essere «applicata anche alla giornata di chi non vive in un monastero vero e proprio». 

Alcune riflessioni

Da questa illustrazione possono trarsi alcune riflessioni. Si può intanto notare come «la distribuzione ordinata degli impegni, in base alla necessità di ciascuno o di una comunità o di una famiglia, sommata alla distribuzione del tempo tra preghiera lavoro e studio, evita le polarizzazioni, le esagerazioni, l’attivismo, quando cioè una di questa attività prende il sopravvento sulle altre. Ma si evita anche il vizio opposto, quello di trascurare i doveri che la Provvidenza ci assegna, nella famiglia, nel lavoro, per invece dedicarci in prevalenza ad altro».

Poi emerge evidente come nella organizzazione dei tempi della giornata, che pure variano a seconda delle stagioni liturgiche ed astronomiche «c’è un fattore di questa organizzazione che ritorna sempre uguale: all’inizio della giornata c’è sempre la preghiera, così verso la metà della giornata – sebbene con piccole variazioni di orario tra inverno, estate e Quaresima - e così anche nell’ultima parte della giornata con i Vespri e Compieta». È vero che vivere in un monastero è diverso da vivere in una famiglia, «però rimane questo primato del rapporto con Dio, rimane questa gerarchia da rispettare». 

L’ordine inoltre «è garanzia di efficienza», ha sostenuto Padre Abate: «Per raggiungere gli obiettivi, dare un ordine alle cose da fare, costruirsi una scaletta valutando un ordine di priorità e poi cercare di rispettarla, portandole a termine una dopo l’altra». 

L’ordine aiuta la serenità e la pace interiore

«Questo ordine – ha concluso – è finalizzato a che nessuno si turbi e si rattristi. Non a caso alla porta dei monasteri in genere c’è scritta la parola “pax”, pace. Una pace che deriva innanzitutto dalla ricerca di Dio, ma poi anche, proprio perché si cerca Dio, dalla cura perché tutto sia svolto a tempo debito e nei modi opportuni, con questo ordine che S. Benedetto ha molto a cuore, perché esso poi, interiorizzato e con la grazia di Dio, può tradursi in un bene interiore». Un ordine che non è «maniacale», ma un «ordine umano, dettato anche dal buon senso»: un ordine «come lo intendevano gli antichi, un riflesso dell’armonia dell’ordine cosmico.

L'oblato benedettino

L’oblato benedettino secolare è “il cristiano, uomo o donna, laico o chierico che, vivendo nel proprio ambiente familiare e sociale, riconosce e accoglie il dono di Dio e la sua chiamata a servirlo, secondo le potenzialità ed esigenze della consacrazione battesimale e del proprio stato; si offre a Dio con l’oblazione, ispirando il proprio cammino di fede ai valori della S. Regola e della Tradizione spirituale monastica”

(Statuto oblati benedettini secolari italiani, art. 2)

croce san benedetto