Ascolta , figlio, i precetti del maestro, porgi attento il tuo cuore, ricevi di buon animo i consigli di un padre che ti vuol bene e mettili risolutamente in pratica, per ritornare con la fatica dell’obbedienza a Colui dal quale ti eri allontanato per l’accidia della disobbedienza. (Regola benedettina, prologo)
| 19 ottobre 2025 |
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È proseguito con il Capitolo 4 nel ritiro mensile di maggio la lettura meditata della Regola di San Benedetto che il padre Abate, Paolo Maria Gionta, ha avviato con gli Oblati della Madonna della Scala per quest'anno sociale. Ed è il capitolo dedicato agli strumenti delle buone opere, 74 precetti presentati «come gli attrezzi di un‘officina artigianale».
«Attorno a questa metafora – ha speigato l'Abate – Benedetto presenta una sequenza di azioni, strumenti che riceviamo, che alla nostra morte dovremo riconsegnare, e che dobbiamo adoperare all’interno dell’officina che è il monastero o, come noi potremmo dire, l’ambito della nostra vita quotidiana, famiglia, ambiente lavorativo, il letto per gli ammalati eccetera. Ma attrezzi per quale lavoro? Quello della sequela di Gesù, della vita cristiana, del cammino di santificazione».
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«San Benedetto – ha sottolineato padre Gionta – ci dice: ti ho prescritto tante cose, e alla fine, se anche non sarai riuscito a realizzarne neppure una, tu comunque non disperare mai della misericordia di Dio. Il lungo elenco di massime e divieti comincia con l'amare Dio con tutto il cuore e termina con «e non disperare della misericordia di Dio». Come dire che in una prospettiva "antropologica", «io sono invitato ad amare Dio e il prossimo e quindi a mettere in pratica tutti questi precetti. Alla fine invece la prospettiva è quella che potrebbe definire “teologica”: è Dio che per primo mi ama e ha misericordia di me, e io che spero e attendo l'amore di Dio.
Il secondo capitolo della Regola di S. Benedetto riguarda la figura dell’abate. Può sembrare un argomento lontano dalla quotidianità di chi non vive in monastero, invece ha qualcosa di utile da suggerire anche per la vita familiare e personale di qualunque cristiano o cittadino. Padre Abate, Paolo Maria Gionta, incontrando gli oblati della Madonna della Scala per il ritiro mensile di febbraio, ne ha presentato il contenuto e il valore.
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Queste pagine, che spiegano la figura dell’abate in modo esemplare, hanno costituito la traccia sulla quale, nel corso dei 1500 anni, da che è nata la Regola, si è impostata l’esperienza di molti uomini e donne; persone che si sono santificate, pur avendo la responsabilità non facile di essere guida di monaci, di essere abati o abbadesse. Pensiamo a S. Benedetto stesso, o a grandi figure del Medioevo come Alcuino di York (735-804), S. Rabano Mauro (780-856), S. Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) e quelli della sua scuola, Arnaldo di Bonneval (prima metà del XII secolo), S. Ildegarda di Bingen (1098-1179), S. Matilde di Hackeborn (1241-1298) e tantissimi altri, fino ai nostri giorni.
Questo ci suggerisce quale grande portata, di significato e contenuto da tradursi nella vita concreta, abbia questo capitolo, valido non solo per lo stretto ambito della clausura, ma per tutti. E ciò che io posso dire in merito, in questo breve lasso di tempo, è davvero un nulla.
Il terzo capitolo della Regola riguarda ancora la struttura organizzativa del monastero benedettino e in particolare il sistema decisionale che poggia sulle riunioni della comunità. Qui si tratta infatti del “Consiglio dei fratelli”.
«Uno è quello della saggezza – ha spiegato padre Paolo Maria Gionta agli oblati nel ritiro di aprile – della sapienza umana: ascoltare il parere altrui, tener conto di tutti gli elementi e le persone in gioco, giudicare, deliberare e poi agire con giustizia e ponderatezza, è un procedimento che sa di saggezza umana». «Ma ce n’è un altro – ha sottolineato l'Abate della Madonna della Scala – che si affaccia quando Benedetto dice che spesso Dio rivela al più giovane ciò che è meglio, oppure quando dice che bisogna pensare che in ogni giudizio preso saremo giudicati da Dio. Ecco, è un criterio che possiamo chiamare soprannaturale. E questa è quella sapienza divina che Benedetto, seguendo la tradizione biblica, chiama "timor di Dio"».
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San Benedetto ci insegna così che «sapienza umana e sapienza soprannaturale sono entrambe dono dello Spirito Santo», il vero «protagonista delle decisioni, il vero fulcro a cui dare spazio e primato: lo Spirito Santo. Nelle decisioni della Chiesa, dunque, più che cercare un principio democratico o di altro tipo, o inseguire l’adeguamento ai tempi e alla modernità, conta mantenere questa apertura a Dio».
«Certo – ha concluso padre Gionta – non è sempre facile avere la certezza che sia soffiato lo Spirito Santo, ma noi crediamo che ci sia stato per lo meno nelle deliberazioni più importanti».
Proseguendo la lettura, dopo il Prologo alla Regola, incontrando gli Oblati dell'Abbazia Madonna della Scala, l'Abate, padre Paolo Maria Gionta, presenta il 1° capitolo dedicato alle «specie» dei monaci: Benedetto distingue tra due tipologie di monaci sulla giusta strada, cenobiti ed eremiti, ed altre due no, sarabaiti e girovaghi. Nella accurata suddivisione tra i monaci che sono sulla strada giusta e quelli che deviano, richiamando così l’attenzione sul fatto che non basta cominciare, bisogna perseverare, San Benedetto mette in guardia dal rischio di venire meno, tradire il proprio ideale di partenza.
I cenobiti (dal latino coenobium, a sua volta dal greco κοινός, "comune", e βίος, "vita"), cioè a quelle persone che vivono insieme, in comunità, sono i destinatari della Regola. Degli eremiti la Regola ci dice che sono i monaci che vivono da soli: Benedetto li presenta come persone forti, che però per essere tali hanno dovuto fare un percorso, un apprendistato in comunità. In sostanza i cenobiti forniscono i quadri, per così dire, affinché uno poi possa diventare eremita. Benedetto ricorda che gli esseri umani e quindi anche i cristiani in genere e i monaci in particolare, non sono degli eroi solitari, ma hanno bisogno di altri. Non siamo fatti per vivere da soli. L’altro elemento che emerge in questa descrizione degli eremiti è la dimensione agonica, cioè della lotta. Per i sarabaiti e i girovaghi invece il Santo di Norcia può avere soltanto parole di netta condanna.
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L’ultima frase di questo primo capitolo ci presenta un ultimo aspetto da mettere in evidenza per cui in sostanza siamo invitati a lasciare tutto da parte e «con l’aiuto» passare a organizzare la valorosa specie dei cenobiti. Benedetto dice: l’aiuto di Dio è necessario; senza di Lui non possiamo far niente. E nella nostra vita di tutti i giorni è proprio nei momenti legati alla crisi, alle difficoltà, che provvidenzialmente ci fanno toccare con mano che è il Signore il solo terreno solido sotto i nostri piedi, e scopriamo che è proprio lì, in mezzo alla spaventosa tempesta, che Lui si fa più presente
L’oblato benedettino secolare è “il cristiano, uomo o donna, laico o chierico che, vivendo nel proprio ambiente familiare e sociale, riconosce e accoglie il dono di Dio e la sua chiamata a servirlo, secondo le potenzialità ed esigenze della consacrazione battesimale e del proprio stato; si offre a Dio con l’oblazione, ispirando il proprio cammino di fede ai valori della S. Regola e della Tradizione spirituale monastica”
(Statuto oblati benedettini secolari italiani, art. 2)
