Ascolta , figlio, i precetti del maestro, porgi attento il tuo cuore, ricevi di buon animo i consigli di un padre che ti vuol bene e mettili risolutamente in pratica, per ritornare con la fatica dell’obbedienza a Colui dal quale ti eri allontanato per l’accidia della disobbedienza. (Regola benedettina, prologo)
| 19 ottobre 2025 |
11 gennaio 2026 |
12 aprile 2026 |
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8 febbraio 2026 |
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Il secondo capitolo della Regola di S. Benedetto riguarda la figura dell’abate. Può sembrare un argomento lontano dalla quotidianità di chi non vive in monastero, invece ha qualcosa di utile da suggerire anche per la vita familiare e personale di qualunque cristiano o cittadino. Padre Abate, Paolo Maria Gionta, incontrando gli oblati della Madonna della Scala per il ritiro mensile di febbraio, ne ha presentato il contenuto e il valore.
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Queste pagine, che spiegano la figura dell’abate in modo esemplare, hanno costituito la traccia sulla quale, nel corso dei 1500 anni, da che è nata la Regola, si è impostata l’esperienza di molti uomini e donne; persone che si sono santificate, pur avendo la responsabilità non facile di essere guida di monaci, di essere abati o abbadesse. Pensiamo a S. Benedetto stesso, o a grandi figure del Medioevo come Alcuino di York (735-804), S. Rabano Mauro (780-856), S. Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) e quelli della sua scuola, Arnaldo di Bonneval (prima metà del XII secolo), S. Ildegarda di Bingen (1098-1179), S. Matilde di Hackeborn (1241-1298) e tantissimi altri, fino ai nostri giorni.
Questo ci suggerisce quale grande portata, di significato e contenuto da tradursi nella vita concreta, abbia questo capitolo, valido non solo per lo stretto ambito della clausura, ma per tutti. E ciò che io posso dire in merito, in questo breve lasso di tempo, è davvero un nulla.
Proseguendo la lettura della Regola di san Benedetto, nel ritiro di novembre con gli Oblati della Madonna della Scala il Padre Abate Paolo Maria GIonta ha commentato la seconda parte del Prologo.
San Benedetto ripropone la domanda iniziale, «Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sulla tua santa montagna?», per fornire «un secondo elenco di condizioni, ripetitivo rispetto al precedente e che si conclude ancora con un’esortazione ad andare». Dopo aver citato il salmo 33 (34), cita qui il salmo 14° (o 15°, secondo la numerazione ebraica): potrebbero apparire come condizioni molto generali – ha sottolineato padre Gionta – in realtà si tratta di qualcosa che è in grado di definire un cammino di vita non solo cristiana, ma anche monastica.
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È proprio per riuscire a mettere in pratica tutto quello che nella Regola Benedetto esorta a compiere, che bisogna fondare una scuola, che è il monastero, in modo che qui si impari a servire il Signore, attuando quello che Egli stesso fino ad ora ci ha indicato. L'Autore sa che l’esperienza di Dio può essere anticipata quaggiù: per questo nel versetto 49 ammonisce: «Sappi che, progredendo nella vita monastica e nella fede, il tuo cuore si dilaterà e in una ineffabile dolcezza d’amore correrai nella via dei divini comandamenti».
Proseguendo la lettura, dopo il Prologo alla Regola, incontrando gli Oblati dell'Abbazia Madonna della Scala, l'Abate, padre Paolo Maria Gionta, presenta il 1° capitolo dedicato alle «specie» dei monaci: Benedetto distingue tra due tipologie di monaci sulla giusta strada, cenobiti ed eremiti, ed altre due no, sarabaiti e girovaghi. Nella accurata suddivisione tra i monaci che sono sulla strada giusta e quelli che deviano, richiamando così l’attenzione sul fatto che non basta cominciare, bisogna perseverare, San Benedetto mette in guardia dal rischio di venire meno, tradire il proprio ideale di partenza.
I cenobiti (dal latino coenobium, a sua volta dal greco κοινός, "comune", e βίος, "vita"), cioè a quelle persone che vivono insieme, in comunità, sono i destinatari della Regola. Degli eremiti la Regola ci dice che sono i monaci che vivono da soli: Benedetto li presenta come persone forti, che però per essere tali hanno dovuto fare un percorso, un apprendistato in comunità. In sostanza i cenobiti forniscono i quadri, per così dire, affinché uno poi possa diventare eremita. Benedetto ricorda che gli esseri umani e quindi anche i cristiani in genere e i monaci in particolare, non sono degli eroi solitari, ma hanno bisogno di altri. Non siamo fatti per vivere da soli. L’altro elemento che emerge in questa descrizione degli eremiti è la dimensione agonica, cioè della lotta. Per i sarabaiti e i girovaghi invece il Santo di Norcia può avere soltanto parole di netta condanna.
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L’ultima frase di questo primo capitolo ci presenta un ultimo aspetto da mettere in evidenza per cui in sostanza siamo invitati a lasciare tutto da parte e «con l’aiuto» passare a organizzare la valorosa specie dei cenobiti. Benedetto dice: l’aiuto di Dio è necessario; senza di Lui non possiamo far niente. E nella nostra vita di tutti i giorni è proprio nei momenti legati alla crisi, alle difficoltà, che provvidenzialmente ci fanno toccare con mano che è il Signore il solo terreno solido sotto i nostri piedi, e scopriamo che è proprio lì, in mezzo alla spaventosa tempesta, che Lui si fa più presente
Riprende l'anno sociale degli Oblati della Madonna della Scala di Noci con il primo ritiro in Abbazia, aperto dalla relazione del padre Abate, Paolo Maria Gionta. Il filo conduttore delle relazioni sarà la Regola di San Benedetto, a cominciare dal Prologo e dai suoi primi 22 versetti: si tratta – ha spiegato – di «un testo ricchissimo e profondissimo, sia per il suo messaggio, sia perché ha ispirato, nel corso di circa 1500 anni, tutta una serie di riflessioni, di cammini di vita; è dunque carico della forza di santità che generazioni e generazioni di uomini e donne hanno depositato in questi versetti, in queste pagine, in queste parole».
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San Benedetto ci insegna «l’attitudine all’ascolto», «ad aprire le orecchie e soprattutto il cuore: questo è il fondamento dell’edificio spirituale e della vita monastica, senza di ciò non ci può essere monaco, anzi – ha concluso padre Gionta – non ci può essere cristiano».
L’oblato benedettino secolare è “il cristiano, uomo o donna, laico o chierico che, vivendo nel proprio ambiente familiare e sociale, riconosce e accoglie il dono di Dio e la sua chiamata a servirlo, secondo le potenzialità ed esigenze della consacrazione battesimale e del proprio stato; si offre a Dio con l’oblazione, ispirando il proprio cammino di fede ai valori della S. Regola e della Tradizione spirituale monastica”
(Statuto oblati benedettini secolari italiani, art. 2)
