Proseguendo le meditazioni sulla Regola di San Benedetto, nel ritiro di febbraio per gli Oblati della Abbazia, il Padre Abate dom Paolo Maria Gionta si è soffermato sul capitolo 7°, il più lungo, dedicato alla umiltà: «una sorta di “breviario” o “condensato” del cammino spirituale benedettino», la virtù «che abbraccia l’intera esistenza e l’insieme dell’ascensione spirituale» (A. de Vogüé).

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«San Benedetto – ha spiegato padre Gionta – seguendo un testo a lui precedente, la “Regola del Maestro”, individua dodici gradini della scala dell’umiltà». Si tratta di «indicazioni riguardanti soprattutto il rapporto con gli altri: l’obbedienza viene esercitata verso qualcuno, il superiore; il parlare poco e con assennate parole, o la pazienza verso chi ci tratta male, come tanti altri suggerimenti, suppongono relazioni con il prossimo». La seconda riflessione che si può proporre è che quelle dei gradini «appaiono come pretese eccessive, spesso troppo rigide, incomprensibili, particolarmente nel mondo d’oggi, sostanzialmente inapplicabili. Se ad esempio sul lavoro ci si mette all’ultimo posto, dichiarandosi incapaci di tutto, va a finire che si è scartati». La terza riflessione «è che, sulla base di quanto appena detto, non si arriva ancora a capire cosa sia effettivamente l’umiltà. È davvero mettersi sempre all’ultimo posto? È davvero un qualcosa che implica il raffronto con gli altri?».

L’umiltà e il rapporto con Dio

Per comprendere cosa sia in fondo l’umiltà, conviene prendere spunto dal primo e dall’ultimo gradino, che riguardano il rapporto con Dio: «Un primo passo è sapere e tener presente che Dio c’è e ci guarda. Nel dodicesimo gradino Benedetto alza la posta: non solo il monaco si considera sempre sotto lo sguardo di Dio, ma sotto lo sguardo di Dio-Giudice, pronto cioè ad emettere la sentenza su ciascuno di noi peccatori». Se allora l’umiltà è «una conseguenza del rapporto con Dio», essa appare come «una pianta che ha buona parte delle sue radici in cielo», cioè nella «considerazione che Dio c’è ed è in rapporto con me».

Già nel Prologo della Regola, Benedetto richiama i salmi 34 (33) e 24 (23) chiedendo “Chi è colui che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?” e rispondendo “Coloro che, timorati di Dio, non si insuperbiscono per la propria buona condotta, ma, pensando che quanto di bene c'è in essi non viene da se stessi ma da Dio, magnificano il Signore che opera in loro e dicono col profeta: non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria!”.

Qui in tre pennellate il Santo di Norcia chiarisce che umiltà significa innanzitutto «essere “timorati di Dio”», «non è averne paura, ma sapere che Dio c’è, mi guarda, non per cercare l’occasione di condannarmi, ma perché è onnipotente, onnisciente e – soprattutto – mi ama». Il secondo aspetto «evidenzia che gli umili non si insuperbiscono per la propria buona condotta», ma riconoscono «che è Dio ad avermi dato anche le capacità, le possibilità, le occasioni di fare qualcosa di buono e di ben fatto». Il terzo aspetto è “magnificare Dio”: «Benedetto utilizza proprio “magnificant”, un’espressione che nel Vangelo di Luca è pronunciata dalla Vergine Maria: l’anima mia magnifica il Signore». 

In questa luce dunque «l’umiltà vera è figlia della fede, suppone il rapporto con Dio, è figlia della verità, in quanto riconosce che il bene viene da Dio, ed è figlia della riconoscenza, della gratitudine, della lode a Dio».

L’umiltà e il rapporto con se stessi

Proseguendo nella sua riflessione, il Padre Abate ha sottolineato come ci sia «a tutt’oggi un certo pensiero comune e diffuso che l’umiltà corrisponda ad uno svilimento di se stessi», ma, come visto, l’umiltà è invece «un cogliere l’essere umano alla luce del vero e unico Dio che Gesù ci ha rivelato». Un Dio che nelle pagine bibliche mostra tutta la sua «predilezione per le persone povere, umili, semplici» a cui «guarda con benevolenza». Gesù stesso dirà: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,28) e farà della povertà in spirito la prima e fondamentale beatitudine.

Se quindi per capire il senso dell’umiltà cristiana dobbiamo guardare al rapporto dell’uomo con Dio, san Benedetto ci mostra come essa si esplichi «nella considerazione di se stessi e nel rapporto con gli altri». 

San Bernardo di Chiaravalle, quando era ancora un giovane abate, scrisse un commento al capitolo VII sull’umiltà, “I gradini dell’umiltà e della superbia”, in cui la presenta come ciò che «apre gli occhi sulla verità circa se stessi». La persona umile è quella che non fa troppi sogni, non si fa troppe illusioni e fantasie. L’umiltà cioè comporta la considerazione vera, reale di se stessi e della propria situazione, e l’accettazione di quello che la Provvidenza ha disposto per noi qui e ora.

È più o meno facile dirlo – ha rimarcato Padre Paolo Maria – ma non è altrettanto semplice viverlo: «L’umiltà ci aiuta a prendere atto di quello che siamo e di quello che Dio vuole da noi, aprendoci ad un vero e proprio cammino che, partendo dalla situazione in cui ci troviamo, punta verso quello che Egli vuole da noi». Il credente – ha ammonito – «deve guardare e lasciarsi orientare da una precisa bussola, ossia non “quello che mi sembra bene o che mi piace”, ma “quello che Dio vuole da me”». Del resto Gesù stesso ha detto: «Mio cibo è fare la volontà del Padre mio». E ci fa chiedere: «Padre, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». Quindi non una «accettazione passiva dello status quo», ma imparare a «tenere lo sguardo fisso su Gesù, cercando di comprendere qual è la volontà di Dio per noi in quella situazione». 

Così l’umiltà ci sembra una pianta che ha le sue radici in cielo, «ma anche in terra, perché appunto, grazie a Dio e alla sua grazia, la persona umile accetta se stessa, la propria realtà e il proprio contesto di vita». Non a caso “humilitas” in latino ha la stessa radice di “humus”, cioè di terra, e di “homo”, cioè uomo: «L’umile è colui che aderisce alla terra, intesa in senso positivo, cioè il terreno nel quale viviamo, nel quale siamo piantati, la realtà che noi siamo».

L’umiltà e il rapporto con gli altri

Quindi umiltà nel rapporto con Dio, nel rapporto con se stessi, infine nel rapporti con gli altri, «la dimensione che S. Benedetto nel capitolo VII della Regola sviluppa maggiormente». «Possiamo dire che nel rapporto con gli altri l’umiltà benedettina si tiene distante da due eccessi che come tali sono sbagliati: il primo è quello dell’arroganza», all’opposto «c’è l’atteggiamento di colui che non ha coraggio, si assoggetta sempre a tutti, si fa tapino; questa è la caricatura dell’umiltà!».

Se umiltà è accettare se stessi con i propri limiti, è «anche accettare gli altri per quello che sono: la persona veramente umile, quando entra in relazione con gli altri si dispone non a giudicare e dominare, ma a comprendere, a mettersi a livello degli altri, ad accettare le persone per quello che sono e non per come vorrebbe che fossero», essendo liberi «dal desiderio di possedere, manipolare, controllare, programmare, dominare. La persona veramente umile è capace di lasciare spazio all’altro, e, proprio per questo, è a sua volta libera anche da se stessa e dai suoi impulsi». 

Concludendo la sua meditazione, il Padre Abate ha indicato agli Oblati l’umiltà come «uno stile di vita che tocca tutti gli ambiti: il modo di pensare, valutare, relazionarsi, parlare, vestire, addobbare la casa, il criterio con cui si scelgono le cose, perfino il modo di pregare». Uno stile «che nasce, con l’aiuto della grazia di Dio, dalla interiorizzazione graduale dell’umiltà». 

Ma come si può impararla? S. Bernardo suggerisce che l’umiltà «è in realtà opera di Dio in noi, che matura attraverso le circostanze della vita, buone e meno buone, soprattutto queste ultime. Dio lavora un po’ come uno scultore che ci forgia con scalpello e martello, con colpi lenti, a volte anche dolorosi, sebbene sempre e comunque animati dal suo infinito amore. È Lui che, attraverso le circostanze della vita, ci rende sempre più così come Lui ci vuole, e quindi anche caritatevoli, veri, liberi, sinceri, generosi… umili».

Se quindi noi ci lasciamo lavorare da Dio e collaboriamo con lui – ha concluso Padre Gionta – è Lui stesso che «ci rende umili, liberi, veri, generosi, grandi ai Suoi occhi. Il cielo è certamente pieno di persone che non erano umili e non erano generose, ma attraverso questo cammino laborioso e difficile sono state rese da Dio veramente generose, umili, libere».

L'oblato benedettino

L’oblato benedettino secolare è “il cristiano, uomo o donna, laico o chierico che, vivendo nel proprio ambiente familiare e sociale, riconosce e accoglie il dono di Dio e la sua chiamata a servirlo, secondo le potenzialità ed esigenze della consacrazione battesimale e del proprio stato; si offre a Dio con l’oblazione, ispirando il proprio cammino di fede ai valori della S. Regola e della Tradizione spirituale monastica”

(Statuto oblati benedettini secolari italiani, art. 2)

croce san benedetto