Il secondo capitolo della Regola di S. Benedetto riguarda la figura dell’abate. Può sembrare un argomento lontano dalla quotidianità di chi non vive in monastero, invece ha qualcosa di utile da suggerire anche per la vita familiare e personale di qualunque cristiano o cittadino. Padre Abate, Paolo Maria Gionta, incontrando gli oblati della Madonna della Scala per il ritiro mensile di febbraio, ne ha presentato il contenuto e il valore.

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Queste pagine, che spiegano la figura dell’abate in modo esemplare, hanno costituito la traccia sulla quale, nel corso dei 1500 anni, da che è nata la Regola, si è impostata l’esperienza di molti uomini e donne; persone che si sono santificate, pur avendo la responsabilità non facile di essere guida di monaci, di essere abati o abbadesse. Pensiamo a S. Benedetto stesso, o a grandi figure del Medioevo come Alcuino di York (735-804), S. Rabano Mauro (780-856), S. Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) e quelli della sua scuola, Arnaldo di Bonneval (prima metà del XII secolo), S. Ildegarda di Bingen (1098-1179), S. Matilde di Hackeborn (1241-1298) e tantissimi altri, fino ai nostri giorni. 

Questo ci suggerisce quale grande portata, di significato e contenuto da tradursi nella vita concreta, abbia questo capitolo, valido non solo per lo stretto ambito della clausura, ma per tutti. E ciò che io posso dire in merito, in questo breve lasso di tempo, è davvero un nulla.

L'oblato benedettino

L’oblato benedettino secolare è “il cristiano, uomo o donna, laico o chierico che, vivendo nel proprio ambiente familiare e sociale, riconosce e accoglie il dono di Dio e la sua chiamata a servirlo, secondo le potenzialità ed esigenze della consacrazione battesimale e del proprio stato; si offre a Dio con l’oblazione, ispirando il proprio cammino di fede ai valori della S. Regola e della Tradizione spirituale monastica”

(Statuto oblati benedettini secolari italiani, art. 2)

croce san benedetto