Il ritiro degli Oblati dell’Abbazia di Noci a marzo è stato dedicato dal Padre Abate, dom Paolo Maria Gionta, alla meditazione sul tema della Quaresima. San Benedetto ne tratta nel capitolo 49°, che può essere idealmente diviso in tre segmenti.

Clicca qui per il testo integrale della meditazione del Padre Abate

La dimensione quaresimale della vita umana

«Nel dire che la vita del monaco dovrebbe essere tutta quaresimale – ha spiegato Padre Gionta – san Benedetto ha presente alcuni discorsi che san Leone Magno rivolge a tutti i battezzati cristiani e li applica ai monaci: tutta la vita dei cristiani dovrebbe avere un tenore quaresimale, come dimensione costante, essenziale, caratteristica della vita umana e cristiana».

Come ha scritto Papa Benedetto XVI all’inizio della sua enciclica “Deus Caritas est”, «all'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva», Cristo. 

Viene in soccorso la «concentrazione cristologica» di San Paolo, che nelle sue Lettere ci fa capire come «anche la dimensione quaresimale della vita cristiana si colga alla luce di Gesù Cristo», ovvero Dio che ci salva «mediante la morte e resurrezione di Gesù, non attraverso un miracolo o una parola, ma attraverso il mistero pasquale». 

Il cristiano è chiamato a partecipare al mistero pasquale

«La centralità di Cristo, morto e risorto per salvarci, per amore – ha detto Padre Abate – diventa anche una chiamata a prendere parte, a condividere la Sua passione e morte e risurrezione», nella quotidianità, «nella vita di ogni giorno»: da quando ci alziamo al mattino a quando andiamo a dormire e anche di notte dovremmo «avere questa consapevolezza di essere destinatari della grazia di condividere la morte e risurrezione di Gesù».

Questa – ha proseguito Padre Paolo Maria – è «una concezione che pervade un po’ tutta la Regola», fin dal Prologo, in cui San Benedetto afferma che «stando in monastero perseveranti nella dottrina di Cristo fino alla morte, parteciperemo, mediante la pazienza, alle sofferenze di Cristo, per meritare di condividere anche il suo Regno». 

Non si tratta tuttavia di dover considerare che «la vita cristiana sia lugubre, triste, destinata alla sofferenza», quanto di «prendere atto della realtà umana, che come tale non è fatta solo di svago, gioia, felicità, che ci sono e ben vengano», ma anche della sua «dose di dolore, malattia, partecipazione al dolore di chi soffre, e così via», una realtà insomma «fatta di chiari e di scuri». Il Cristianesimo dunque «non aggiunge dolore alla vita umana, che ne comporta già di per sé, ma lo fa comprendere e vivere con una luce tutta propria, la luce che deriva dal mistero di Cristo».

L’offerta spontanea

Questa «dimensione penitenziale, questo partecipare alla sofferenza e alla morte di Gesù – ha detto ancora il Padre Abate – possono essere vissuti non solo come dimensione consolatoria, nella grazia della condivisione con Cristo presente; né solo davanti a una sofferenza che ci capita di dover sopportare come occasione per offrila con Cristo e per mezzo di Lui a Dio Padre; ma anche nel caso di una sofferenza che noi liberamente scegliamo di assumere per offrire spontaneamente qualcosa a Cristo».

«Si può non solo accettare una sofferenza, ma pure domandarla; ci sono dei santi che hanno offerto la vita» e un esempio di questo è «la stessa Laura Lenti, la benefattrice grazie alla quale è stato edificato questo monastero – ha ricordato Padre Abate – che ebbe un’esistenza piena di sofferenze, la morte precoce dei familiari più cari, un marito che la abbandonò quasi subito dopo il matrimonio, ma sfruttò per tutta la vita i suoi beni eccetera. La cosa che stupisce è che lei da un certo momento in poi si impose di pregare tutti i giorni il Signore di darle dei dolori per potergli offrire la propria vita». Sentire interiormente questa chiamata «non è di tutti», ma che «comunque tutti in qualche maniera siamo chiamati a incarnare, qualcuno in modo più eroico».

Le modalità che S. Benedetto indica per vivere la Quaresima

Il secondo segmento del capitolo 49° «aggiunge l’indicazione di alcune modalità con cui vivere la Quaresima, come tenersi «lontani da ogni peccato», dedicarsi «alla preghiera con le lacrime, alla lettura, alla compunzione del cuore e all’astinenza», aggiungendo «qualcosa al consueto carico del nostro servizio», attraverso «privazioni nel mangiare e nel bere» oppure togliendo al proprio corpo un po’ «di vino, di sonno, di conversazione e di svago».

«La spiritualità benedettina – ha detto ancora Padre Gionta – non è pura astrazione, ma è qualcosa che incide concretamente nella vita di tutti i giorni», chiedendo di mettersi in gioco, facendo qualcosa di concreto che «ciascuno può scegliere in maniera molto libera a seconda delle proprie esigenze». «Per esempio – ha suggerito – ora potremmo prendere l’impegno quotidiano, qualora non ci fossero veri impedimenti, di andare a Messa tutti i giorni, oppure di sostare in chiesa, quando non ci sono funzioni, almeno 20 minuti davanti al Santissimo Sacramento. Possiamo invece scegliere un libro di argomento spirituale, non troppo voluminoso ma tale da riuscire a concluderlo nel tempo di Quaresima, e dedicare alla lettura e alla meditazione su quanto letto circa 20 o 30 minuti al giorno». Possiamo anche «associare a questo una piccola rinuncia», qualcosa che riguarda il cibo, come ad esempio i dolci, oppure che riguarda lo svago». 

Un ultimo rilievo: l’azione dello Spirito Santo

Nel terzo segmento del capitolo 49 San Benedetto chiede di offrire a Dio «qualcosa di più della misura stabilita» con la gioia dello Spirito Santo e attendere nella gioia del desiderio spirituale, cioè ancora dello Spirito. Nella Regola, in vari punti si parla di «volontà» in senso negativo, mentre nel capitolo dedicato alla Quaresima leggiamo: «Ciascuno offra ciò che la sua volontà gli suggerisce con la gioia dello Spirito Santo», come dire quindi che «il desiderio umano – ha chiarito Padre Gionta – non è sempre qualcosa che porta al male e nasce da un cuore cattivo, ma è anche qualcosa che invece può nascere da un cuore buono, o per meglio dire bonificato da Dio». 

È lo Spirito Santo che rende «il nostro cuore, spesso segnato e toccato dal male» risanato e lo fa diventare «buono». Ed è lo Spirito Santo «il protagonista della Quaresima, anzi il protagonista della nostra vita: dovrebbe diventare davvero vita della nostra vita».

«Nei momenti di dubbio, nei momenti di tristezza, nei momenti in cui noi ci sentiamo soli, nei momenti in cui sembra che tutto vada storto a noi o alla nostra famiglia – ha concluso il Padre Abate – San Benedetto ci insegna a rivolgerci allo Spirito Santo, che la tradizione cristiana chiama “consolatore”, “ospite dolce” e che come ripete Benedetto, sa infondere gioia anche quando noi siamo tristi». 

L'oblato benedettino

L’oblato benedettino secolare è “il cristiano, uomo o donna, laico o chierico che, vivendo nel proprio ambiente familiare e sociale, riconosce e accoglie il dono di Dio e la sua chiamata a servirlo, secondo le potenzialità ed esigenze della consacrazione battesimale e del proprio stato; si offre a Dio con l’oblazione, ispirando il proprio cammino di fede ai valori della S. Regola e della Tradizione spirituale monastica”

(Statuto oblati benedettini secolari italiani, art. 2)

croce san benedetto