La riflessione che il Padre Abate, Paolo Maria Gionta, ha offerto agli Oblati nel ritiro di aprile ha riguardato una caratteristica della Regola di di San Benedetto che è il suo essere «fortemente centrata su Cristo». In realtà «per S. Benedetto, nella sua vita e quindi poi nella sua Regola, Cristo non è solo al centro, ma è anche il senso stesso della vita del monaco e del cristiano».
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Prima di addentrarsi nel tema della spiritualità cristocentrica della Regola, l’Abate ha proposto un giro di orizzonte per descrivere il contesto nel quale Benedetto è vissuto: era il tempo in cui bisognava ancora fronteggiare le tesi dell’Arianesimo, per cui se Dio è unico, allora Cristo non può essere «sullo stesso piano del Padre». Questo è il motivo per cui – ha spiegato Padre Paolo Maria – «nella Regola non si trova mai il termine “Gesù”», perché “Gesù” è «il nome umano di Cristo, quindi secondo S. Benedetto e altri dell’epoca poteva indurre a pensare che Egli fosse una figura divina sì, ma di un piano, di un livello inferiore rispetto a Dio Padre».
Era il tempo del Pelagianesimo, per il quale «il Vangelo indica la via da seguire», come un «codice di comportamento, ma l’uomo trova in se stesso la capacità di attuare quello che il Vangelo insegna». Ma San Benedetto è inserito anche «in una scia fatta di generazioni di monaci vissuti prima di lui», da san Crispiano, da cui la Regola riprenderà il «Non anteporre nulla all’amore di Cristo», a sant’Antonio abate, che secondo Attanasio, vescovo di Alessandria, che ha scritto la sua storia consigliava ai suoi discepoli di «respirare sempre Cristo».
Al tempo di Benedetto infine circolava una «Regula Magistri» scritta da un abate rimasto anonimo e dalla quale egli ha copiato «alcune parti che lo convincevano per la propria Regola, lo soddisfacevano nelle sue esigenze di monaco e di abate», pur aggiungendo «molto di suo, soprattutto per gli aspetti pratici», ma anche «i primi versetti del Prologo, quelli in cui ci parla di Gesù», appunto.
Fatta questa premessa, Padre Gionta ha tracciato il profilo della figura di Gesù quale emerge dalla Regola benedettina. A cominciare dai primi tre versetti, in cui «viene racchiuso il senso della vita, la nostra vita, quella del cristiano, dell’uomo in generale, del monaco in particolare: tornare, andare a Dio». Ci eravamo «allontanati da Dio», ci torniamo «con l’obbedienza» e soprattutto «andiamo a Dio solo seguendo Cristo», l’unico «seguendo il quale siamo felici, seguendo il quale realizziamo il motivo per cui Dio ci ha creati».
Dopo il Prologo, è nel capitolo IV che ancora «emerge particolarmente il ruolo e la figura di Gesù». Innanzitutto quanto, «terminato l’elenco dei comandamenti e prima di passare al piccolo blocco delle mortificazioni, nel versetto 10, Benedetto dà l’indicazione di rinnegare se stessi per seguire Cristo». Nella vita di tutti i giorni – ha spiegato Padre Abate – capita «a volte che, pur essendo in buona salute, proprio non abbiamo voglia di pregare o di svolgere qualche compito. In questo caso, a meno che non ci sia un motivo di forza maggiore, rinnegare se stessi è svolgere quel compito che non si ha voglia di fare».
E ancora. «Farsi estranei all’agire del mondo» e «Nulla anteporre all’amore di Cristo»: in questi due versetti si va oltre «l’antinomia già vista tra il proprio ego e la sequela di Cristo» e si contrappone «l’agire del mondo e il dare primato all’amore di Cristo». Così come nei versetti 20 e 21, San Benedetto suggerisce di «allontanarsi dal modo di pensare e di vivere del mondo, perché solo così si può amare veramente Cristo». Insomma – ha ammonito Padre Paolo Maria – «per seguire Gesù bisogna faticare, perché ognuno di noi ha un pezzetto più o meno grande di “uomo vecchio” dentro di sé», per riprendere la distinzione che fa san Paolo nelle sue Lettere.
Se nella Regola – ha proseguito – ci viene chiesto di «non anteporre» nulla a Cristo, significa che «bisogna che Cristo sia scelto a dispetto di altre possibili scelte, di altri amori» e «cioè vuol dire che in concreto noi manifestiamo l’amore a Cristo quando dobbiamo fare delle scelte essendoci all’orizzonte altre opzioni».
Nel versetto 40 del capitolo IV troviamo il precetto di «spezzare subito in Cristo i cattivi pensieri non appena sorgono in cuore». Qui «Gesù è presentato come la roccia contro cui scagliare e spezzare i pensieri di male, già al loro primo sorgere», come dire che «qualsiasi pensiero non buono ci venga in mente dovremmo subito avere il cuore così sveglio da ricacciarlo indietro, richiamandoci alla mente la persona e l’insegnamento di Gesù».
Gesù torna nella Regola al capitolo VII, dedicato all’umiltà, con vari riferimenti. In particolare quello «relativo all’obbedienza eroica». Benedetto «considera la possibilità, che qualche volta diventa reale, di forti resistenze, forti crisi nell’obbedienza». Può trattarsi – ha detto Padre Abate – di «situazioni legate alla nostra vita familiare, relazionale, alla nostra salute, al disorientamento, che in qualche caso ci prende, situazioni che generano in noi crisi così consistenti da offuscare in quel momento il nostro sguardo interiore». «Qui Benedetto ancora una volta richiama la figura di Gesù e dà per questi casi una duplice indicazione. Innanzitutto c’è l’amore per il Signore, per cui occorre sopportare per Lui tutto. Ma poi, in maniera ancora più specifica, Benedetto sottolinea la modalità con cui affrontare queste difficoltà: conservare la pazienza in un silenzio interiore».
Infine il Capitolo 73, «tralasciando» tanti altri riferimenti. «Si tratta dei due versetti conclusivi, che sono introdotti dalle stesse parole, “chiunque tu sia”, che troviamo all’inizio del Prologo: «San Benedetto «afferma che noi dobbiamo camminare con l’aiuto di Dio» perché «non solo non siamo superuomini o superdonne – ha ribadito Padre Gionta – ma il Vangelo stesso ci chiede di essere un po’ come bambini, di non avere la pretesa di essere dei “cristiani adulti”».
