L’uomo è per natura sua possessivo: fin dalla nascita vuole la mamma tutta e sempre per sé, se una cosa gli piace è sua e ne difende il possesso con strilla e pianto. Non gli viene spontaneo ringraziare, bisogna dirgli di farlo. Man mano che cresce scopre che al mondo non c’è solo lui e molti altri vogliono la stessa cosa; da qui liti, invidie, guerre…
Eppure basta guardarci attorno: quanti doni di natura e di grazia di cui mai o quasi ci ricordiamo di dire a Dio: «Grazie»! Il tempo, la vita, ogni respiro: è tutto dono. Perciò il nostro «grazie» dovrebbe essere perenne, il primo dei nostri sentimenti verso Dio.
Ma chi può mai trasformare una natura così possessiva in una vita altruistica? Solo Colui che nell’Eucarestia dona tutto se stesso, tutta la sua vita, quanto è, quanto possiede, Cristo Signore. Una trasformazione che in noi può avvenire solo come frutto di amore unito ad un assiduo esercizio, proprio come il richiamo incessante della mamma abitua il bambino a esprimere da sé il sentimento di riconoscenza con la parola «grazie».
La liturgia educa il cristiano a questo «grazie» continuo. Ma il più bello, il modello di ogni «grazie», è il Magnificat della nostra mamma del cielo, Maria, che attribuisce quanto è, e quanto ha, unicamente e totalmente a Dio. Lei il nulla, Lui il tutto: di qui il Magnificat di Maria non è stato un atto della sua vita terrena, ma uno stato, un atteggiamento permanente.
(7 gennaio 1977)
