La carità paziente! Sì, perché, se la carità non reca questo timbro, questa marca, non è carità. Del resto essa è intrisa di patimento, e senza questo crisma resta una parola vuota. «Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio» sì, perché è stata un supremo atto di carità al Padre per l’umanità.
Così è amare ed essere caritatevoli quando si è calunniati, quando si sa che dietro le spalle si sparla, quando si viene denigrati, svalutati, derisi, quando si stravolge il senso del nostro impegno e nel nostro operato si cerca solo ciò che può essere mistificato per diffamarci e screditarci: tutto un complesso di sofferenza muta, silenziosa, acuta, mortificante, deprimente, che solo la vera carità fa superare e dimenticare per andare avanti.
La carità è benigna. Cioè non solo non si ferma a covare il “negativo”, ma procede all’assalto, prende la rincorsa e si avventura, nonostante tutto, nel “positivo”, ossia “fa il bene” senza essere irruente, senza imporre, senza nessun segno di dominio, né rivendicazione di merito. Oh! La bella sentenza di Paolo: vinci il male con il bene!
La carità paziente e benigna però non può essere frutto nostro; è solo un esplosivo accumulato ricevendo e vivendo l’Eucarestia, gioia piena nella vita piena.
Ciò che mi spaventa un po’ è quel “in ogni circostanza della vita”. Ma a Dio nulla è impossibile.
(24 gennaio 1977)
