Dom Paolo Maria Gionta

La figura di san Benedetto – come tutti noi sappiamo – è gigantesca: la si può approcciare da diversi punti di vista: il santo che ha dato completamente e senza riserve la vita a Dio; il legislatore che con la sua Regola ha indicato la via a molti dei suoi contemporanei e, nel corso dei secoli, a migliaia di altre persone; il padre di monaci, monache, laici che hanno visto in lui, non solo un maestro, ma anche un protettore e un patrono presso il Signore; colui che la Provvidenza ha chiamato per riconciliare, ai primordi dell'Europa, popoli diversi alla luce del Vangelo. 

La spiritualità di Benedetto, attraverso la sua Regola, potrebbe anch’essa offrire spunti pressoché infiniti di riflessione. Invece, nella presente circostanza, intendo seguire un percorso breve attraverso cui osservare la ricchezza del suo insegnamento quasi come una persona che, a bordo di un’autovettura, percorre velocemente una lunga distesa di campi e terreni: sebbene non riesca a cogliere la bellezza di tanti oggetti che solo lo sguardo ravvicinato consente di apprezzare, il semplice colpo generale può comunque farla presagire. Per adoperare un’altra immagine, è come se io invitassi adesso a guardare attraverso il buco di una serratura (quelle, si intende, di una volta) per scorgere gli ambienti interni di una casa che, fuor di metafora, è appunto la spiritualità di san Benedetto. Anzi, di questi buchi di serratura, vorrei prenderne due affinché, da due diversi punti di vista, meglio appaia la grandezza – semplice e variegata allo stesso tempo – della spiritualità di Benedetto.

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Prima considerazione (il primo “buco” di serratura). Scaturisce dalla lettura di un testo della Regola (capitolo IV, vv. 61-63). Si tratta di tre versetti consecutivi, i quali recitano:

«Obbedire in tutto agli ordini dell'abate anche se – Dio non voglia – questi agisse diversamente da come parla, ricordando quel precetto del Signore “Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno”».

«Non volere essere detto santo prima di esserlo, ma prima esserlo davvero, in modo che poi si possa dirlo con fondamento maggiore».

«Adempiere quotidianamente, con i fatti, i comandamenti di Dio».

In queste parole di Benedetto emerge chiaramente un contrassegno essenziale della sua impostazione spirituale e – possiamo dire – della sua intera vita: la assoluta e imprescindibile importanza del “fare”. Non conta il dire, l’insegnare, quanto piuttosto concretamente agire, mettere in pratica quanto sappiamo, passare dalla comprensione all’azione, meglio ancora dall’ascolto della Parola di Dio alla vita. Quella di Benedetto è una spiritualità della concretezza. In lui vediamo realizzata appieno la parola scultorea – capace di mettere a nudo tutti i nostri sofisti – dell’unico autentico nostro Maestro, Gesù: «Non chiunque mi dice “Signore, Signore” entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).

San Benedetto insegna una spiritualità del concreto. La sua è una spiritualità che rifugge dall’astrazione: i bei e lunghi discorsi rischiano per lui di essere inutili, se non sono seguiti dai corrispondenti comportamenti; è inutile costruire sofisticate teorie sulla vita spirituale, se poi non si mette adeguata cura a vivere come il Signore vuole.

In praticamente ogni espressione della sua Regola, Benedetto richiama il valore del concreto e dell’agire. Lo constatiamo, ad esempio, rileggendo alcune frasi del Prologo:

«Se vogliamo trovare dimora nella tenda di Dio, ricordiamoci che è impossibile arrivarci senza correre attraverso le buone opere» (v. 22).

«Il Signore attende che, giorno dopo giorno, rispondiamo con i fatti alle sue esortazioni» (v. 35).

«Dobbiamo correre e operare adesso quanto ci sarà utile per l'eternità» (v. 44).

È evidente come Benedetto sia un uomo pratico, concreto, e rigetti i grandi discorsi. Gli esegeti lo vedono bene, confrontando la Regola di Benedetto con la Regola del Maestro a cui si è ispirato: Benedetto ha tagliato tanti discorsi che a lui parevano inutili, di semplice ornamento o addirittura fuorvianti (come la descrizione delle “gioie del paradiso” al termine del capitolo sull’umiltà). 

Assodata l’assoluta centralità del comportamento concreto nella spiritualità benedettina, vorrei vederla riflessa in due ambiti specifici dell’esistenza cristiana, lasciandomi ispirare, anche in questo caso, dalle stesse parole del santo.

1. Il Prologo alla Regola, tratteggiando la “via della vita”, riporta il programma stilato dal salmo 33/34, che a un certo punto recita: «Deverte a malo et fac bonum» (= allontanati dal male e fa’ il bene). Il verbo «deverte» non indica semplicemente uno “smettere di” puntuale, ma dà l’idea di un allontanamento progressivo, di un cammino che talora può essere anche faticoso. Attraverso questa espressione Benedetto introduce così l’esigenza per il discepolo di una conversione continua. Un aspetto determinante di quella concretezza così centrale per la spiritualità benedettina è per l’appunto  la conversione, intesa come impegno costante. Non è sufficiente dire una volta per tutte: «Signore, ti seguo», ma occorre ripetere ogni mattina «Oggi voglio venire dietro a te» e vivere tutta la giornata di conseguenza.

Benedetto ci insegna pertanto la tensione a compiere sempre meglio la volontà di Dio, e questo non per un semplice senso del dovere, ma perché – come dice san Gregorio di san Benedetto – vogliamo piacergli e vivere sotto il suo sguardo nella purezza di cuore.

Uno potrebbe, a questo punto, obiettare: «Ma non riesco ad avere questa tensione. Ce l’avevo ai tempi della prima conversione, ma poi cammin facendo…». In realtà, questo “calo di entusiasmo” tocca un po’ tutti. La tensione di cui parlo è però non tanto una questione di sentimenti e di emozioni, bensì di determinazione ad andare avanti, a non fermarsi nel cammino della sequela di Gesù. Il guaio sarebbe quello di dire: «Adesso basta, mando all’aria tutto!».

La (apparentemente semplice) fedeltà agli impegni assunti – come la preghiera e i suoi vari tempi, la generosità e nell’esercizio della carità verso il prossimo garantisce questo cammino di conversione il quale avrà dei momenti di accelerazione, soprattutto quando siamo particolarmente provati, e altri di “ordinaria amministrazione”. L’importante è mantenersi aperti a cambiare, se la voce di Dio (che ci giunge attraverso la preghiera, la Parola di Dio, il consiglio altrui, la coscienza) ci sprona a fare un passo in avanti o a compiere una svolta. 

2. Un ulteriore ambito del quale la spiritualità concreta di Benedetto si riflette si trova esemplificata in una frase che ama e che ancora una volta non nasce da lui, ma si trova nella Sacra Scrittura (Lettera ai Romani, 12,10): «Prevenirsi nel rendersi onore» (Regola 72,4). Benedetto sa che noi siamo portati a giudicare le persone, siamo portati a inquadrarle, a classificarle ritenendo che non possano mai cambiare. E pian piano, il nostro giudizio oggettivo (se così almeno l'inizio poteva essere) diventa sempre più una sorta di cancro, per cui si introduce in noi il disprezzo verso l’altro. E l'onore che Benedetto ci domanda rimane soltanto sulla carta, e non nella vita, nei fatti, nella concretezza. «Onorarsi a vicenda» è un programma di vita, che appunto si staglia un po' contro questa nostra tendenza a giudicare, a classificare, a disprezzare. 

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La seconda prospettiva, il secondo “buco della serratura” che ci consente di vedere da un’angolatura privilegiata l’ampiezza della spiritualità benedettina si pone, in un certo senso, se non agli antipodi, comunque in posizione molto diversa rispetto alla precedente; risulta, ad ogni modo, ad essa complementare. Ancora una volta parto da un passo della Regola, tratto dal capitolo 52º, dedicato all’oratorio del monastero. Il santo scrive: «Se qualcuno desidera pregare per conto proprio entri nell'oratorio e preghi, non a voce alta, ma con lacrime e intimo ardore». Benedetto sa che la preghiera autentica non consiste nel formulare parole: la vera preghiera nasce dal cuore. E i sintomi di una preghiera vera sono – dice Benedetto – le lacrime e l'intimo ardore interiore. 

Questa seconda dimensione della spiritualità di Benevento è quella che possiamo definire come il primato dell'interiorità. Benedetto è l'uomo del concreto – certo – la sua spiritualità è ancorata alla vita, alla terra, ma è anche una spiritualità che mira a toccare il cuore. E questo ancora nel solco dell’insegnamento del suo e nostro grande Maestro, il Signore. Anche qui, due brevi spunti. 

1. Spesso il metro di giudizio per misurare la grandezza di una persona lo ricaviamo da elementi esteriori come, ad esempio, quanto ella possiede, l’automobile che giuda, gli abiti che indossa, ecc. Il Vangelo e la Regola benedettina ci mettono in guardia se adoperiamo questo criterio di valutazione. Analogamente ci insegnano che la vera grandezza non sta nei talenti naturali ricevuti, come l'intelligenza, la capacità organizzativa, le doti artistiche, eccetera. Sono certamente doni, anzi, dei doni preziosi. Tuttavia il semplice possederli non garantisce che l’uso che ne facciamo sia giusto, volto al bene e non invece a servizio dell’egoismo e della superbia. La vera grandezza di una persona sta – ecco la lezione che Benedetto ci offre - nella sua statura interiore, i cui contorni pieni – certo – vede solo Dio, ma che possiamo anche noi riconoscere: una grandezza interiore che si matura pian piano, con l'aiuto della grazia.

2. Questa interiorità la scorgiamo in un'altra indicazione di Benedetto: la raccomandazione a «non dare la pace falsa» (capitolo IV,25). Talora con coloro con cui abbiamo rapporti – di convivenza, di lavoro, di collaborazione, di amicizia – ci accontentiamo di “accontentarci delle apparenze”, di vivere di sorrisi, celando il malanimo che eventualmente si cova nel nostro cuore. Con le parole ci mostriamo amici, ma in realtà l’altro ci può stare “sullo stomaco”. «Non dare la pace falsa»: anche in questo caso Benedetto indica il primato dell'interiorità, e lo fa in un campo molto delicato, quello del rapporto con gli altri. È il cuore, l'interiorità, il luogo dove nasce e rinasce la pace vera e non falsa.

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Benedetto è stato un maestro; è tutt’ora un maestro. Ma oltre questo, Benedetto è stato un taumaturgo, ha guarito tante persone. Ha previsto cose future, ha visto con gli occhi della mente ciò che avveniva lontano da lui, come il suo biografo, san Gregorio Magno, ci mostra nel secondo libro dei suoi Dialoghi. Il dono carismatico dei miracoli lo prosegue oggigiorno attraverso il suo ruolo di intercessore presso Dio. A lui possiamo affidare le nostre difficoltà, i nostri problemi, le nostre pene. E una volta che, con la sua intercessione, il Signore ci avrà esaudito, siamo chiamati ad nutrire nei suoi riguardi sentimenti di riconoscenza, di ringraziarlo per la sua protezione, per le grazie che la sua preghiera ci ha ottenuto dal Signore, Lui che ci ama fino in fondo e vuole che ciascuno di noi arrivi a quel grado di santità, a quella statura interiore, che nel suo disegno misericordioso ha stabilito.

Sul nostro Monastero

Accostandoti al monastero ed entrando nella sua chiesa, dove in certe ore del giorno è possibile assistere alla preghiera corale della comunità monastica, ti sarai forse chiesto: Chi sono i monaci? Che cosa fanno? Come vivono? Sono gli stessi monaci che vogliono offrire, assieme al loro cordiale saluto, una breve risposta ai tuoi interrogativi.

madonna della scala e ges bambino