Il ritiro degli Oblati nel mese di dicembre segna l’inizio delle meditazioni del Padre Abate, Paolo Maria Gionta, sulla Regola di San Benedetto: un percorso che ci accompagnerà per tutto l’anno sociale 2024-2025 e che ha preso avvio da una introduzione sul tema della «spiritualità benedettina».
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«Dicono che la spiritualità benedettina – ha spiegato – si sintetizzi con il binomio “Ora et labora” che però di per sé vale per tutti i cristiani, oltre al fatto che non è scritto nella Regola e non le è nemmeno troppo fedele, e questo dice la difficoltà di definirla». Una «spiritualità cristiana tout court, fondata sulla Bibbia, sulla liturgia», come più o meno un secolo fa il cardinale Schuster la presentò in un incontro nel quale gli esponenti di vari ordini religiosi, carmelitani, benedettini, francescani e altri, spiegavano e discutevano i caratteri specifici della propria scuola di spiritualità.
È anche vero tuttavia che Benedetto come uomo, come fondatore, come normatore ha «alcuni aspetti che gli stavano particolarmente a cuore – ha detto Padre Abate – che emergono dalla sua Regola e che possiamo riconoscere come elementi tipici della sua spiritualità, della sua sensibilità religiosa». Tra questi l’amore per l’ordine, non soltanto quello materiale, ma soprattutto un ordine integrale che riguarda l’anima, il corpo, la comunità, la famiglia; l’amore per la liturgia, a cui san Benedetto dedica un decimo della sua Regola; la cura per il lavoro, che allora, nel V e VI secolo d.C., era ancora considerato cosa da schiavi e che invece Benedetto, d’origine nobile, valorizza lavorando egli stesso; l’umiltà; la sollecitudine nell’obbedire».
«Nel corso di quest’anno – ha anticipato Padre Gionta – ci soffermeremo su qualcuno di questi pilastri, elementi fondamentali della sensibilità, della mentalità religiosa, della spiritualità di S. Benedetto e della sua Regola».
Vivere sotto lo sguardo di Dio
Una dimensione centrale della spiritualità benedettina la troviamo fin dagli inizi dell’esperienza di S. Benedetto. Papa Gregorio Magno, che fu il suo biografo, ci racconta che Benedetto» nella «grotta solitaria» abitava «solo con se stesso, sotto gli occhi di Colui che dall’alto vede ogni cosa». Più volte, nella Regola che poi avrebbe scritto, san Benedetto richiama «questa realtà: lo sguardo di Dio, il richiamo a vivere sotto questo sguardo».
Nell’esperienza del Santo di Norcia non c’è soltanto una «valenza di messa in guardia», un monito a non comportardi male perché Dio ti vede: c’è anche una «sottolineatura positiva: lo sguardo di Dio dà compagnia, gioia, pace, dell’attenzione d’amore, della custodia, dell’amicizia, dell’alleanza». Questa verità dello sguardo di Dio che ci accompagna non è una scoperta di S. Benedetto, ma campeggia in tutta la Scrittura.
Da decenni la spiritualità orientale esercita un fascino crescente anche in Occidente. Se è indiscutibile l’utilità e la validità delle tecniche di meditazione – ha spiegato Padre Abate – bisogna notare che «nella tradizione biblica, nell’esperienza di Gesù, nella spiritualità cristiana – come Benedetto ci illustra - la vera preghiera non è fare il vuoto, ma mettersi davanti ad un «TU»; non è rimanere soli con se stessi e ripiegati su se stessi, ma è incontrare una Persona». Non si tratta cioè di cercare mettere “tutto il mondo fuori”, ma di considerare che «il Cristianesimo, e Gesù innanzitutto, ci invita a incontrare Dio, sapendo che è un Padre che ci guarda, ci attende con amore, e ci invita a non estraniarci dagli altri, dal mondo, ma a impegnarci per gli altri».
«Questo mettersi alla presenza di Dio – ha proseguito – non è qualcosa di teorico, frutto di ragionamenti, non è qualcosa di cui dobbiamo autoconvincerci che sia vero, ma qualcosa che nasce e cammina a braccetto con la fede, si sviluppa con essa che piano piano diventa parte della nostra carne, della nostra vita; è qualcosa che noi comprendiamo senza sforzo intellettuale, e che man mano dovrebbe diventare abituale e tradursi nella pratica del quotidiano».
L’incontro di sguardi
C’è quindi «lo sguardo di Dio, ma c’è anche un altro sguardo: il nostro che cerca quello di Dio. Così sottolineava spesso un abate anziano, che aveva partecipato al Concilio Vaticano II, e che conobbi molti anni fa», ha ricordato padre Gionta.
Andando al di là della semplice posizione spaziale, questo nostro guardare dal basso verso l’alto, assumendo una posizione che non è quella naturale del consueto muoversi nel mondo, denota che da parte nostra, per incontrare lo sguardo di Dio, è richiesta un’intenzione e un certo sforzo, un impegno. Come dice San Benedetto nel capitolo 4° della Regola, prostrarsi frequentemente nella preghiera, costringerci ad alzare lo sguardo.
«La presenza di Dio, lo sguardo di Dio e la tensione da parte nostra ad incontrare quel Suo sguardo con il nostro è qualcosa che sta al centro della spiritualità benedettina, e che noi dobbiamo pian piano cercare di sviluppare», ha concluso Padre Gionta, non prima di lasciare agli Oblati «due suggerimenti».
Innanzitutto «per far crescere in noi questa sensibilità alla presenza di Dio, questa spiritualità dello sguardo, il modo forse più corrente e a portata di mano è quello di farlo attraverso la Parola di Dio. Dovremmo dedicare tutti i giorni almeno 15 o 20 minuti alla riflessione sulla Parola di Dio, in particolare il Vangelo che è parola di Gesù, Lui che è Parola fatta carne. Bisogna che questo diventi un impegno quotidiano».
Il secondo suggerimento è quello di trascorrere «ogni tanto un po’ di tempo davanti a Gesù Eucarestia con l’adorazione eucaristica. Per chi ha tempo può essere un appuntamento giornaliero, per chi no, può fermarsi una o due volte a settimana per alcuni minuti, quando non c‘è nessuno in chiesa», ma «c’è di sicuro Qualcuno che ci aspetta».
