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Domenica ore 11:00

In questi giorni la Liturgia della Parola ci sta riproponendo alcuni episodi della vocazione di Mosè.
Il giovedì della XV settimana del Tempo Ordinario (18 luglio 2019) abbiamo letto: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi”» (Es 3,14).

Colpisce il fatto che Dio invii Mosè al Suo popolo per fare quanto lui già aveva provato a fare per conto suo: fare giustizia agli Israeliti (raddrizzando soprusi) e proporsi come capo carismatico («Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di potermi uccidere, come hai ucciso l’Egiziano?») (cf. Es 2,11-15). Mosè non aveva, quindi, visto male sul suo proprio conto: Dio lo aveva salvato dalle acque per un’importante missione e gli aveva dato quelle doti di condottiero e liberatore che lui effettivamente sentiva di avere. Ma i tempi di Dio non sono i tempi degli uomini e il fatto di aver ricevuto dei doni per il bene degli altri non ci esime da metterli a frutto secondo la Sua Volontà e sforzandoci di essere sempre in comunione con Lui e al Suo servizio. Mosè ha cominciato a capire qualcosa di tutto questo nella sua vita in terra d’esilio, come pastore al servizio di suo genero, sacerdote di Madian, ed è adesso pronto a fare non più la sua propria volontà ma la volontà di Dio.

Un’applicazione di queste parole per la vita monastica la possiamo trovare in questa bella riflessione di Madre Anna Maria Cànopi: «La scelta della vocazione monastica comporta che il bene che ci sarà dato di compiere non consisterà tanto in opere caritative, quanto piuttosto nel sacrificio della nostra vita, nella preghiera gratuita, nell’offerta di noi stessi. […] Tutto ciò che compiamo deve essere fatto per amore... Lasciare il meglio agli altri in tutti i campi, scegliere ciò che è più umile e semplice, portare la fatica maggiore perché non pesi sugli altri: essere i primi a obbedire e a servire, mettendo sempre il fratello al primo posto. È questo, in concreto, il significato dell’espressione: “nulla anteporre all’amore di Cristo” (RB 4,21). […] Nella comunità dobbiamo avere a cuore soprattutto di essere donati totalmente nell’amore, al Signore e ai fratelli, dobbiamo fare della nostra vita un’effusione di carità e non preoccuparci delle nostre doti e capacità, perché è il Signore a decidere se, come e quando utilizzarle. Non dimentichiamo mai che, per quanto ci riguarda, più sembriamo umanamente privi di riconoscimenti, più ci arricchiamo in santità e in conformazione a Cristo, come Maria che, essendosi intimamente unita al sacrificio del Figlio, ha partecipato anche in misura maggiore alla sua gloria».
[Anna Maria Cànopi, L’ Amore che chiama. Vocazione e vita monastica, Bologna 2017, 54-55]

Sul nostro Monastero

Accostandoti al monastero ed entrando nella sua chiesa, dove in certe ore del giorno è possibile assistere alla preghiera corale della comunità monastica, ti sarai forse chiesto: Chi sono i monaci? Che cosa fanno? Come vivono? Sono gli stessi monaci che vogliono offrire, assieme al loro cordiale saluto, una breve risposta ai tuoi interrogativi.

croce san benedetto